giovedì 6 ottobre 2016

Lo stadio della Roma e le ambiguità dell'Assessore Berdini. Contributo di Alessio Conti




Ieri il Tempo ha pubblicato un articolo (“Lo stadio della Roma perde torri, strade e metro”) in cui si parla del futuro dello Stadio di Tor Di Valle come di un progetto che, come conseguenza della supposta convergenza degli interessi dei vari players in gioco, risulterebbe fortemente ridimensionato rispetto a quanto previsto dalla delibera votata il 22 Dicembre 2014 dall’Assemblea Capitolina: via due grattacieli su tre, via il ponte sul Tevere, via il prolungamento della Metro B.
Il progetto dello Stadio della Roma e del Business Park è frutto di un investimento privato su area privata nel quale il Comune non ha costi, ma incassa 440 milioni di € sotto forma di opere pubbliche, che rappresentano il 26% dell’investimento complessivo (1,7 miliardi di €). Un’operazione virtuosa che sposta l’asticella della contrattazione pubblica/privata in alto e a favore della prima e che, se andasse in porto, costituirebbe certamente un precedente per la nostra città con il quale qualsiasi operatore privato e decisore pubblico sarebbero costretti a confrontarsi, con evidenti benefici per la cittadinanza ed il territorio. La “Legge sugli Stadi” ha poi permesso al Comune e alla società proponente di seguire un percorso “semplificato” a patto che il primo avesse riconosciuto al progetto la “pubblica utilità”. Questo è ciò che è avvenuto il 22 Dicembre 2014 quando l’Assemblea Capitolina ha dato il via libera al progetto, valutando corretto il bilanciamento tra cubature private autorizzate ed opere pubbliche finanziate. Tale aspetto è stato anche oggetto di ricorso al TAR ma il Tribunale, a fine 2015, si è pronunciato ritenendo congruo quanto previsto in delibera.
Secondo i “boatos” citati dall’articolo, il progetto originale sarebbe oggi oggetto di una sostanziale modifica perché prevedrebbe la realizzazione di uno solo dei tre grattacieli a fronte del quale, per garantire l’equilibro finanziario del progetto, sarebbe necessario eliminare parte delle opere pubbliche previste, come il citato ponte sul Tevere e il prolungamento della Metro B. Ammesso che il progettista accetti una soluzione del genere, e dubito che Libeskind acconsenta ad avere un‘opera mutilata, andrebbe riprogettato tutto ed inoltre la riduzione delle risorse private per la realizzazione delle opere pubbliche potrebbe far venir meno proprio quell’utilità pubblica posta alla base dell’ok al progetto. E’ questo infatti che giustifica la trasformazione urbanistica dell’area (aumento di cubatura e cambio di destinazione d’uso) e i tempi brevi per il rilascio del permesso a costruire della Conferenza dei Servizi unificata (come previsto dalla “Legge sugli Stadi”). L’operazione, se non ci fosse la “pubblica utilità”, si configurerebbe come la richiesta, di un privato come tanti, di poter effettuare un intervento in deroga al Piano Regolatore per il quale, non si sa bene su che base, l’amministrazione dovrebbe accordare una variante per la cubatura eccedente a quanto già autorizzato nel sito di Tor di Valle. Questo aprirebbe la strada ad una serie di richieste diffuse in tutta la città che metterebbe in crisi e porrebbe in discussione (a scapito del pubblico) interessi e equilibri raggiunti che trovano oggi la loro sintesi nel Piano Regolatore vigente.
Il progetto con tutti gli elaborati è stato presentato dai proponenti agli uffici comunali alla fine di Maggio. Da qui poi sono trascorsi i tre mesi nei quali i tecnici dell’amministrazione dovevano verificare la congruità tra quanto presentato e quanto scritto in delibera. Così hanno fatto, presentando all’Assessore Berdini una relazione che conteneva tutte le criticità rilevate concludendo che quanto presentato fosse non conforme a quanto previsto dalla delibera di pubblico interesse. A fine Agosto, però, i documenti vengono trasmessi alla Regione senza il parere di conformità dell’Assessore Berdini e questa, pare, sia stata costretta ad aprire la Conferenza dei Servizi facendo leva sul silenzio-assenso del Campidoglio.
Se l’Assessore Berdini è stato in silenzio, e non ha utilizzato la relazione a disposizione, è perché sa che uno stop prima della Conferenza dei Servizi avrebbe o fatto saltare tutto (la “Legge sugli Stadi” non poteva trovare applicazione), o ritardato l’iter a causa delle nuove integrazione che sarebbero comunque state formulate nello spirito della delibera originale. Ma l’Assessore Berdini, come asserito da “Il Tempo”, quella delibera vuole cambiarla nella sostanza e non vuole farlo aprendo una discussione trasparente in Assemblea Capitolina. Vuole andare in Conferenza dei Servizi, nella speranza che si possano sfruttare alcune criticità tecniche per raggiungere quel compromesso al ribasso sottoscritto con i privati, facendolo poi “ratificare” dall’Aula. Questo (presunto) piano per modificare (in peggio) la delibera è destinato ad incontrare una serie di complicazioni amministrative, giuridiche e tecniche che rendono davvero difficile (ed in ogni caso politicamente non sostenibile) dar seguito al (presunto) piano dell’Assessore Berdini.
Ad esempio, in Conferenza dei Servizi verranno sicuramente sollevati i rilievi del Dipartimento Mobilità in merito alla difficoltà di realizzare lo sfioccamento delle Metro B (50 milioni di euro) da Eur-Magliana alla nuova stazione Tor Di Valle. Tale intervento è complicato dal punto di vista ingegneristico ma avrebbe anche conseguenze sul trasporto pubblico quotidiano: la biforcazione comporterebbe infatti un investimento (fuori budget) per l’acquisto di nuovi treni al fine di garantire almeno la stessa frequenza odierna. Se quindi l’intervento non potesse realizzarsi, allora si porrebbero due strade: reinvestire quei fondi, nello spirito della delibera, ad esempio per il potenziamento della linea Roma-Lido, per una nuova arteria stradale, ovvero cancellare l’opera e ridurre le cubature private, andando poi a modificare la delibera in sede di approvazione della variante. Per semplificare, se il disegno che persegue l’Assessore Berdini è quello di ridurre il contributo pubblico versato dai privati, e con esso le cubature costruite, allora potrebbe essere lecito pensare che Roma Capitale propenda, qualora in sede di Conferenza dei Servizi si pongano scelte come quella sopra descritta, per la seconda strada. In più, come osservato dall’articolo de “Il Tempo”, se a saltare (qualunque sia la ragione) fossero anche le infrastrutture viarie e l’unica strada di ingresso e di uscita dal sito fosse la sola via del Mare (magari ancora a doppio senso), questa non garantirebbe il regolare afflusso e deflusso del pubblico per un impianto che conterrà tra i 52.000 e i 60.000 spettatori. Inoltre, in caso di emergenza o di evacuazione, non vi sarebbe alcuna via di fuga dal momento che salterebbero adeguamenti infrastrutturali e assi viari importanti come la bretella che avrebbe collegato l’area dello stadio con la Roma-Fiumicino: in queste condizioni, quale tecnico darebbe il proprio nulla osta ad un piano della mobilità siffatto?
Quello che quindi si prospetterebbe, se quanto ipotizzato trovasse concretezza, è che l’Assemblea Capitolina sarebbe chiamata a ratificare quanto deciso altrove, votando non più la sola variante urbanistica ma, nei fatti, una nuova delibera che rideterminerebbe, in peggio, un nuovo equilibrio pubblico-privato: in questo caso, la valutazione di “pubblica utilità” sarebbe ex post, l’esatto contrario di quanto prevede la legge. Già questo potrebbe porre dei problemi di legittimità della procedura inoltre, quanto più si riduce il contributo privato per le opere pubbliche tanto più ci si avvicina ad un “semplice” intervento in deroga al Piano Regolatore (con le conseguenze già prima citate) e l’utilità pubblica diventerebbe più difficilmente dimostrabile; infine, rispetto alla delibera oggi vigente, si avrebbe anche un peggioramento delle condizioni economiche ottenute dal Comune. Alla luce di ciò, ogni modifica dovrà essere ben motivata se si vogliono evitare ricorsi ed ipotesi di danno erariale ed è bene che i Consiglieri capitolini abbiano ben chiaro questo aspetto.
In conclusione, né i mutati interessi di Parnasi né l’esigenza della As Roma di costruire in quel sito il proprio stadio né tanto meno l’avversione ideologica dell’Assessore Berdini alle “colate di cemento”, potrebbero costituire motivazioni sufficienti a giustificare una modifica della delibera. Questo perché ci si dimentica dell’esistenza di un quarto attore, ossia la Città, vera vittima di questo compromesso al ribasso nei confronti della quale il danno sarebbe enorme. Il compito di difenderla spetterebbe innanzitutto all’Amministrazione Raggi e all’Assessore Berdini che dovrebbero aver chiaro che, per una città con quasi 13 miliardi di debito, l’unica possibilità di sviluppo e di rilancio sia quella di sfruttare le occasioni che si presentano e di difendere progetti che portano ricchezza e benefici duraturi alla collettività; dovrebbero poi creare un sistema di regole che sappia attrarre capitali, che non faccia fuggire gli investitori e che metta davanti a tutto gli interessi della città. Per poter comprendere questo serve saper immaginare come sarà la nostra città tra 5,10,20 anni, serve essere portatori di una visione che, sin qui, Virginia Raggi e la sua Giunta hanno dimostrato di non avere.

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