lunedì 10 ottobre 2016

In 100 giorni si poteva fare: l'intervento di Flavia Perina Roma Bella 1 Ottobre 2016





Cosa si poteva fare nei primi cento giorni per comunicazione e trasparenza.
Come molti di voi sanno, Roberto Giachetti mi aveva indicata nel suo staff come responsabile della Comunicazione del Comune di Roma, nel caso fosse stato eletto. Già la scelta del mio nome, credo, dava delle indicazioni sul tipo di lavoro che Roberto intendeva impostare, fuori da ogni ancoraggio di partito o ideologico, vista la mia posizione – per così dire – di “giornalista apolide”. Una che poteva lavorare con indipendenza, guardando alla città e non a specifici legami o a partite di dare/avere così comuni a Roma.
Il tema che mi è stato indicato si poggia su un condizionale. “Cosa avresti fatto in questi cento giorni se...”. Ecco, non mi dispiace svolgerlo ma vorrei far presente da subito che il condizionale si può trasformare in indicativo presente, o in futuro semplice. La comunicazione su ciò che accade in Comune, infatti, tocca istituzionalmente a chi governa ma è in qualche modo anche una responsabilità dell'opposizione e del suo ruolo di vigilanza e controllo degli atti.
Non è facile. Trascinata dai populismi la comunicazione politica italiana è regredita al vecchio schema di Quinto Potere: Peter Finch che si affaccia alla finestra e grida «Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporterò più». Qualche volta funziona. Per un po' funziona. Ma spessissimo serve solo ad aumentare il rumore di fondo ed a trasformare il dibattito pubblico in un'apocalittica arena.
Rifiutare il modello Peter Finch. Adottare la trasparenza come modalità non solo del comunicare ma dell'agire del governo cittadino. Questi sono gli obiettivi che mi sarei posta, e mi stupisce che su questo terreno il Movimento Cinque Stelle – che della trasparenza ha fatto un mantra – nei suoi primi cento giorni a Roma non abbia mosso paglia, anzi.
«Diamogli tempo», continua a ripetere qualcuno. Ma «diamogli tempo» è una formula che può valere per la spazzatura, il traffico, il decoro urbano, i bandi per i parcheggi, persino per le Olimpiadi, le opere di impatto, le ciclabili, gli asili nido, le relazioni con i costruttori, con la Chiesa, NON per la trasparenza. Per essere trasparenti non c'è bisogno di “tempo”. La trasparenza è uno stile, una linea di condotta. Ce l'hai o non ce l'hai, da subito.
Cento giorni, ad esempio, sarebbero stati sufficienti per riordinare almeno in parte il sito della comunicazione istituzionale del Comune di Roma, un labirinto di architetture burocratiche illeggibili dove rintracciare una delibera è una partita a scacchi. Andatelo a vedere: si deve conoscere non solo la tipologia dell'atto, ma il suo numero, chi lo ha emesso e la presumibile data in cui è stato approvato: conosco Presidenti di Municipio che ci hanno rinunciato da anni, e quando gli ho chiesto come si regolano mi hanno risposto: “chiamo qualche amico negli uffici”. Oppure i report trimestrali sugli appalti: sono tabelle in corpo 5, fatte apposta per risultare illegibili anche con la lente di ingrandimento.
Cento giorni sarebbero stati abbastanza per mettere online il misteriosissimo Repertorio delle determinazioni dirigenziali del Comune e dei Municipi, dove è annotata ogni singola azione della pubblica amministrazione: una specie di Santo Graal delle primenote, inaccessibile a chiunque ma che sarebbe utilissimo per sapere cosa fanno gli Uffici, in quali tempi e a quali costi.
Cento giorni bastavano e avanzavano per dare un imprinting nuovo ai rapporti dell'amministrazione con i cittadini, costruendolo su relazioni dettagliate, onesta esposizione delle difficoltà, giacché è evidente a tutti che se si sta fermi su alcune questioni-chiave (assessorati e nomine, innanzitutto) problemi ci sono, anche se nessuno ha capito esattamente quali.
Beh, non si è visto niente. E non credo si vedrà neanche nei prossimi cento giorni, giacché questa storia della trasparenza, questo vecchio cavallo di battaglia della opposizione Cinque Stelle quando era opposizione, ora sembra retrocesso nelle retrovie, e dopo aver esaltato il valore delle decisioni collettive, informate, discusse in uno spazio pubblico preciso, si rivendica il diritto del sindaco a “decidere da solo” e si sposta la comunicazione lontano dai siti istituzionali, sui blog e sulle pagine facebook private, quasi che fosse l'affare di singoli imprenditori della politica che rispondono ai loro amici e fan e non l'atto dovuto di figure istituzionali che gestiscono una città di quattro milioni di abitanti, compresi quelli che non li hanno votati e non interloquiscono con loro sui social. Davvero un paradosso.
Ora tocca alle opposizioni capire come si regoleranno su questo tema. Se renderanno pan per focaccia, adottando il modello Peter Finch e proseguendo nella lunga catena di ululati scandalistici che ha travolto questa città, o se con un atto di responsabilità capiranno che giocare alla lotta nel fango non conviene a nessuno, perché diffonde il già diffusissimo pregiudizio del «sono tutti uguali» e riduce la democrazia a una guerra tra ultras. Se c'è una speranza per Roma, è riavvicinare i romani alla partecipazione politica, restituendo dignità e autorevolezza al dibattito sui problemi della città. Buon lavoro a tutti.

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